venerdì 18 ottobre 2013

To Proxy or not to Proxy?

Con molto ritardo, dati i troppi impegni personali, ecco un mio articolo a due mani! Si, vorrei che non fosse l'unico sulla "filosofia del gioco"... Magari i muse mi visiteranno ancora in futuro!
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La parola proxy in inglese ha il significato di “procuratore” o “delegato” una persona, cioè, che agisce su richiesta e per conto di un’altra.
In informatica e telecomunicazioni un proxy è un programma che si interpone tra un client ed un server facendo da tramite o interfaccia tra i due host ovvero inoltrando le richieste e le risposte dall’uno all’altro. Il client si collega al proxy invece che al server, e gli invia delle richieste. Il proxy a sua volta si collega al server e inoltra la richiesta del client, riceve la risposta e la inoltra al client.
Cosa c’entra quindi questa parola con i wargames?
Questa parola entra nel mondo dei wargames appunto dall’informatica e viene utilizzata come neologismo in italiano senza venire tradotta divenendo un verbo,proxare.
Space marine oppure Tedeschi WWII? Entrambi, a seconda del gioco
Space marine oppure Tedeschi WWII? Entrambi, a seconda del gioco
Proxare viene inteso come sostituire un modello con un altro per una serie di motivazioni, o per essere più corretti: siccome ogni modello rappresenta qualcosa, si sostituisce la sua rappresentazione con un’altra.
Nei wargames i modelli sul tavolo rappresentano le proprie truppe sul campo di battaglia, si può affermare che ogni elemento sul tavolo di gioco sia una codifica, un linguaggio, che i giocatori devono conoscere per poter dialogare tra di loro.
Quindi si potrebbe dire che proxare può essere un utilizzo di elementi differenti, di una codifica differente, un po’ come se si parlasse in codice.
Ma stiamo parlando di giochi, non della lingua parlata o di codifiche informatiche.
Sebbene il concetto di procuratore/delegato sia facilmente comprensibile come possa portare dei chiari vantaggi se utilizzato propriamente, nei wargames in Italia viene visto quasi sempre come un fatto negativo. Perché?
Un bellissimo T-34. Provate a dire che non lo riconoscete?
Un bellissimo T-34. Provate a dire che non lo riconoscete?
Principalmente il fattore più importante in questo sentimento è dovuto ad una questione puramente economica, o meglio una questione di “ricchezza apparente” che come canta Battiato nella società consumistica vale molto di più della “ricchezza reale”.
Che sia un gioco storico oppure sia fantastico, i giocatori che proxano vengono visti come “poveracci” che pur di giocare preferiscono risparmiare sui propri modellini schierandone a casaccio mescolandoli in un pot pourri mal pensato. Non è in dubbio che questo nostro hobby, o passione che dir si voglia, sia particolarmente costosa e che se ci fermassimo a contare quanto abbiamo speso per tutti i soldatini che ci siamo comprati nella nostra vita, riusciremmo a raggiungere il PIL di un qualche stato del terzo mondo. E proprio da ciò spesso deriva l’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti (io cito Guccini invece) per cui se io ho speso X anche il mio avversario deve perlomeno spendere la stessa cifra, incapaci di comprendere che tutto ciò è solo una brutta forma di discriminazione (ma ci torneremo dopo su questo concetto).
Un uso notevole delle Lego
Un uso notevole delle Lego
Nel caso dei giochi storici, l’attenersi a modelli “perfetti” dal punto di vista di ricostruzione di uniformi ed armamentario io personalmente lo posso comprendere solo se visto in chiave modellistica, di diorama raffigurativo. Lo scopo del wargame non è ricostruire battaglie? Se fosse una mera ricostruzione le battaglie si svolgerebbero esattamente come si sono svolte, quindi a che pro ricostruirle?
La risposta alla domanda precedente susciterebbe di certo un vespaio su forum dedicati ai wargame storici e penso che più di un utente rischierebbe l’attacco di cuore. Eppure penso sia attualissima sia dal punto di vista del “proxare” sia dal punto di vista di capire cosa stiamo facendo.
Scorcio di un tavolo dove miniature di dreadball diventano americani
Scorcio di un tavolo dove miniature di dreadball diventano americani
Soffermandomi solo sul primo aspetto (per il secondo basta una sola parola: giocare) vi sono individui che si soffermano a criticare la tonalità di blu del polsino di una miniatura in 6 mm perché non rispettoso del vero (come se il colore di una stoffa fosse sempre immutabile nel tempo) e quindi a non dare ad essa il via libera per essere schierata sul campo di battaglia e vi stupite che non possano accettare che si giochi con un modello al posto di un altro? Poveri ingenui che siamo, talvolta.
Solo in chiave modellistica, statica, si può vedere un’istantanea del passato e come tale scolpito nel tempo, immobile. Nel wargame la sfida è un’altra: con gli strumenti (tecnologici ma anche umani) di un tempo, sarei stato un generale migliore? O addirittura si potrebbe fare voli pindarici immaginando battaglie che non si sono mai svolte, cosa sarebbe successo se l’impero romano fosse stato più vicino a quello cinese? Qui però sfociamo più nell’ucronia e visto che ci piace vi rimandiamo ad altro articolo e altra sezione di questo blog.
Nel mondo dei giochi fantastici questo concetto cade nella malattia mentale, puoi tu dimostrare che i tuoi elfi sono veramente elfi? Puoi dimostrare che i nani abbiano tutti la barba lunga? Oppure che gli orchi abbiano la pelle verde?
Se questo non bastasse c’è chi si spinge oltre: pur riconoscendo che i modelli che sono sul tavolo di gioco raffigurino effettivamente quello che dovrebbero, siccome sono di un’altra casa produttrice rispetto ai suoi non vanno bene, non sono giusti.
Non stiamo parlando di scale differenti, sarebbe troppo semplice, stiamo solo discutendo se un elfo prodotto dalla casa A sia migliore di quello della casa B che però (forse) costa meno.
Ovviamente questo sentimento ha fatto la fortuna economica della casa produttrice A… ma quello è un altro discorso.
Forse nell’ambito del fantastico la cosa diventa ancora più imbarazzante, visto che l’unico motivo per cui si è instaurato il “pensiero unico della miniatura” è puramente economico e non può seguire in alcun modo né la precisione storica né quella di gioco. Come già scritto, se nel mio esercito milita un elfo con arco lungo, che importa chi abbia prodotto questo elfo e che fattezze abbia, se è elfo e ha un arco lungo?
Warhammer? No, Bolt Action e cannone del Commonwealth
Warhammer? No, Bolt Action e cannone del Commonwealth
Ciascuno di voi di primo acchito (almeno spero) dirà che non vi è alcuna differenza. Ebbene sappiamo che non è così, che invece vi sono persone a cui prende una sincope al solo pensiero di non usare pezzi “ufficiali”. Ma l’umana sofferenza o forse dovrei dire l’umano masochismo, è giunto addirittura ad accettare che si possa e debba giocare con le miniature che effettivamente in tutto e per tutto rappresentino ciò che hanno nel sistema di gioco. Ciò comporta che se io debbo schierare una squadra di 10 guerrieri, il fatto che possano avere una volta la spada, l’altra l’ascia, l’altra ancora la lancia e un’altra volta ancora il pugnale, per mettere in campo 10 miniature io debba possederne 40 diverse tra loro. Capisco che anche l’occhio vuole la sua parte, ma siamo certi di voler ingrassare il mercato dei trapianti d’organo clandestini per mantenerci questa follia?
Come tutti i comportamenti umani l’importanza, il reale peso, di un comportamento dipende unicamente dalle convenzioni sociali, ovvero dipende dal gruppo di giocatori. I wargames sono infatti “giochi di società”, e come tali la loro forza sta nel riuscire ad aggregare gruppi di appassioni per un comune divertimento. Quindi si potrebbe utilizzare l’atteggiamento verso il proxare come metro per stabile quanto un gruppo sia aperto e tollerante.
L’atteggiamento negativo verso le sostituzioni dei modelli comporta anche la derisione di quanti vogliano creare qualcosa di completamente nuovo in un certo specifico gioco. Con grande ammirazione per le capacità modellistiche ho visto modellini fantastici “vestiti” da modellini storici e viceversa, oppure ho visto modelli anche più costosi dei modelli ufficiali utilizzati solo perché preferiti da un punto di vista puramente estetico.
È quindi compito del gruppo di gioco regolare anche questo aspetto del gioco, e sono convinto che sia responsabilità dei singoli componenti di un gruppo avere la consapevolezza che anche nel gioco si può essere discriminanti.
Non si può non concludere che sta alla coscienza personale, vista la propria filosofia di vita, se la discriminazione sia cosa buona e giusta, se è meglio uniformarsi ad un gruppo o se la propria personalità abbia un’importanza superiore a quella del gruppo/branco.
A questo punto penso che possa essere interessante calarci per un momento all’interno della nostra realtà, dei “The Game’s Rebels”. Perché? Perché come dice il nostro nome, ci definiamo prima di tutto “Ribelli” e come tale non possiamo che comportarci. Siamo Ribelli al pensiero del gioco unico perché gli astri, o le gonadi di qualcuno, l’hanno imposto; siamo Ribelli al “se non assumi un atteggiamento da professore della Harvard University in odore di 3 premi nobel non puoi nemmeno pensare di prendere tra le mani un soldatino”; siamo infine “Ribelli” al “giochi con le miniature che diciamo noi” perché così qualcuno può permettersi un Rolex nuovo.
Partiamo da una profonda consapevolezza, che sembrerà ovvia, ma che purtroppo molti non vedono o non riescono a comprendere: stiamo giocando. E sebbene per noi il gioco sia serio, ciò non comporta che debba assurgere a ruolo di controllore della nostra esistenza né che alla fine debba impedirci di volare con la fantasia o ancora di dedicare ad esso il tempo e le risorse che ciascuno di noi sceglie.
Questa consapevolezza ci porta davvero ad essere visti come un gruppo di eretici o forse di straccioni che sanno di volta in volta trasformare un elfo in paracadutista americano della WWII oppure ancora in un lanciere di un qualche mondo disperso nello spazio. Alcuni ci deridono per questo, alcuni non riescono a guardarti in faccia mentre lo dici e cercano un punto del pavimento da osservare mentre non possono nascondere una smorfia di disgusto sul visto.
A noi poco importa, perché da buoni, cari e vecchi Ribelli, continuiamo a giocare così, immaginando da un lato scontri tra parà britannici e orchi e dall’altro permettendo a ciascuno di usare ciò che meglio crede e come meglio crede.
Noi alla fine giochiamo e ci divertiamo, andando avanti per la nostra strada, gli altri possono dire la stessa cosa? Ai posteri l’ardua sentenza.
(Scritto a 2 computer da Giovanni e Pierpaolo)